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La verità era uno specchio che, cadendo dal cielo, si ruppe. Ciascuno ne prese un pezzo e, vedendo riflessa in esso la propria immagine, credette di possedere l’intera verità.

Mevlana Rumi

il bello di non scrivere più. tutte le notti scrivi un libro. almeno un incipit, una trama, uno schema. prima di dormire, quando il sonno si fa peso, dietro agli occhi chiusi arrivano storie, fatti, personaggi, intrecci, dialoghi, accadimenti. tutti in fila, ordinati a volte caotici altre, si mettono a posto come pedine sulla scacchiera di una storia che ti racconti prima di dormire. apri gli occhi la mattina, hai dimenticato tutto. tutte le notti. va bene così.

mare, di nuovo. nonostante tutto.

mare.

a che servono le parole?

Basta aprire la finestra e si ha tutto il mare per sé. Gratis. Quando non si ha niente, avere il mare – il Mediterraneo – è molto. Come un tozzo di pane per chi ha fame.

Jean Claude Izzo

eri piccolo è già molte cose non ti interessavano. già, sei nato pigro. una ti eccitava, il mare. non volevi mai uscire dall’acqua, sempre col capo sotto a cercare in quel mondo sfocato, in quel turbine sconosciuto che avevi davanti. poi tornavi a casa e nei pomeriggi accendevi la tivù e quella musichetta ti diceva che andavi sott’acqua. documentari bellissimi, pesci e coralli, balene e tutto quel blu che ti annegava gli occhi. sì, sei cresciuto felice, avevi un babbo che ti portava al mare e un altro che il mare te lo portava a casa.

oggi avresti centodieci anni, grazie capitano.
(Jacques-Yves Cousteau fotografato da Yousuf Karsh)
#cousteauday

quando non hai nulla da dire è la musica che parla per te.

Zikr · Abdullah Ibrahim

 

Io amo gli ideali. Amo gli ideali umani, perché sono dentro le Costituzioni. La partitura è la Costituzione dell’orchestra; unisce tutti, ma unisce le singolarità, non le individualità.
Nell’orchestra ci sono delle gerarchie precise da rispettare: primo violino, primo violoncello, prima viola, primo oboe, e poi c’è il direttore che gestisce tutti.
Nella mia orchestra tutti turnano; chi sta dietro viene davanti. Solo il primo violino sta sempre davanti, perché ha un ruolo preciso. Le grandi orchestre sono fatte di persone che sono magari brave come il primo violino, solo che non hanno la peculiarità per stare lì davanti. Magari stare lì davanti li agita o magari tutto quel lavoro in più non interessa loro. Gli interessa fare la propria parte bene e aiutare da dietro.
L’orchestra rappresenta una società ideale: non si suona meglio per distruggere il nostro vicino, si suona meglio, perché lui suoni meglio, si è orgogliosi di chi suona meglio. Ogni sezione, in ogni sua singolarità è fondamentale, e ogni sezione va a comporre quella meraviglia che diventa la vita.
Ezio Bosso

Al posto di blocco spegneva il motore e accendeva il fornello,

metteva il bricco grosso, per tutti caffè,

per sorridere allo sbarramento che c’inchiodava lì.

Un taglio di salame fatto in casa, un pane,

anche un bicchiere di rosso giovanotto,

si durava in attesa. La Bosnia era una pista di lavori incorso.

La guerra è un cantiere di demolizione.

Se al posto di blocco toccava dormire,

allora era meglio sdraiarsi sulle casse.

Su e giù venti ore di fila alla guida,

ognuno su un carro a motore,

è andata così che ci siamo intesi, noi due,

vita nostra spulciata a contarci i malori

nel paese dei ponti sgarrettati, delle ruspe

passate sopra i cimiteri e le anagrafi

per cancellare anche dal passato il vicino di casa.

Nella peste di Bosnia i nostri malanni minori,

le perdite, potevamo scherzarci, come sgusciare noci.

Nel chiasso dell’artiglieria, si parla a sussurri, come a scuola.

Una donna dice che la parte migliore di me sono i miei amici.

Giuliano è la parte migliore di me,

il compagno che dimezza il viaggio.

L’ho visto ammaccato zoppicare sul sentiero in salita

poi subito scalare il Campanile di Valle Montanaia

insieme a Mauro e a me, svelto come un bandito,

poi in cima l’ho visto sputare a singhiozzi la felicità.

Quando scavalco l’Appennino, lascio la via autostrada

coi carri in carovana, e giro, Pian del Voglio,

poi Val di Sambro, su a San Benedetto,

scarico una damigianella giù nella cantina

dove i prosciutti prendono il loro tempo.

Mi appoggio alla sua tavola, poi si riparte insieme.

Al ritorno mi schianto dentro un sonno, Giuliano guida, arriva,

m’infilo a letto fino all’ora mia delle cinque, lui già sveglio.

“Dorme col sasso in mano”: racconta del mugnaio

che faticava per vent’ore al giorno

e si metteva giù cogli occhi chiusi e con il sasso in mano,

quando cadeva, si svegliava: pronto.

Giuliano dorme col sasso in mano e il cuore a Civitavecchia

dove sta Elisa figlia, staccata, da raggiungere,

festa e consolazione quando si ferma a casa.

Giuliano. l’amicizia, è un vento che asciuga la fronte,

libera il naso, distende il trigemino in faccia,

ristora la pianta del piede. M’insegna il nome di un albero,

racconta un mestiere perduto, col fiato di: “C’era una volta”.

Nessuna sera è deserta insieme a lui

e nemmeno il risveglio, sta già in piedi.

L’amicizia maschile è scambio di coltelli

per chi si è visto decimare i ranghi dai tradimenti,

è un callo della mano che ha rotto molti manici

e ha imparato a stringere meglio.

L’accento bolognese, il mio napoletano, hanno in comune, i due,

una parola sola; ” famm’ “. En bulugnès e napulitanamente,

‘a famme nostra è brutta. Scherziamo col francese,

“la femme” sua è una donna, e ‘a donna è sempre bella.

Scherziamo sopra tutti i poteri costituiti, in terraferma,

prendiamo sul serio una fioritura mancata,

un ciliegio quest’anno che non si è riempito.

Litighiamo soltanto se si tratta di stabilire chi di noi due

andrà al funerale dell’altro.

“È inutile che muori prima di me, tanto al tuo non ci vengo”.

Trattato di pace è il seguente:

si muore il medesimo giorno.

E ci facciamo sopra il brindisi: “Lehàhim, alla vita”.

Erri De Luca, ricordo di Giuliano, 12 maggio 2018