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Monthly Archives: novembre 2011

chi pensa di esser grasso non monta mai su una bilancia, chi pensa d’esser brutto non passa mai davanti ad uno specchio. tu non ti fermi mai davanti a te stesso.

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ti hanno cercato per il progetto di un video sulla galleria dell’accademia a firenze. michelangelo buonarroti e il marmo. il davide e i prigioni, il sublime perfetto e quello che esce appena dalla pietra grezza. la storia di un uomo e la storia di una materia. firenze e le sue botteghe, carrara e le sue cave. come nasce un artista e come nasce un blocco di bianco statuario. fino a che si incontrano, nella polvere. bello, anche se remoto. il problema è altrove. tu fai il tifo per le apuane.

io non credo (più) a te, ma credo (ancora) in te. in quel gioco d’avverbi c’è tutta la sostanza di questo mondo. quelli di tempo sono optional.

ripensi a lucio magri. integrità, volontà, senso civile, del gesto inteso come battaglia. per lui il privato era politico, fino all’ultimo passo. tu sei differente, e non sai la fortuna. un po’ di disincanto e un pacchetto di sigarette sono sempre stati un buon palliativo al suicidio.

certe partite sono inevitabili. le vedi da lontano, sai come finiranno, non puoi rimandarle. che fare, lottare fino in fondo per ottenere un risultato che non esiste e o accettare la sconfitta e ritirarsi di buon grado? tu hai elaborato un comportamento che prevede entrambe le cose. combattere per la sconfitta. un gioco strategico complicato, che prevede diverse tattiche. la prima, far finta di essere convinto di poter portare a casa una vittoria. la seconda, giocare come se quest’ultima fosse l’unico risultato possibile. questo ti rende falsamente sicuro, spavaldo, al limite della strafottenza. ed è lì che cominci a recitare bene e giocare male. il risultato è una tua autoesclusione per gioco scorretto, o fallo plateale. ma prima ci sono diverse fasi da considerare. devi crearti comunque un alibi credibile, una ragione al tuo comportamento. i sentimenti in questo sono armature perfette. una volta indossati ti fanno goffo, ingombrante, incapace di movimenti adeguati al gioco, evidenziano agli altri eventuali tue debolezze e incertezze e mascherano le tue vere intenzioni. alla fine perdi, ma nessuno subodora la partita truccata. anzi, in molti consolano il povero sconfitto, lo commiserano, lo confortano. dai, sì, hai giocato bene, hai dato tutto, adesso vai a farti la doccia che sei tutto sudato, vedrai che un bel massaggio ti fa passare tutti i dolori delle botte che hai preso. sei arrivato a queste conclusioni ricordando un po’ del tuo campionato e studiando le varie partite giocate, in casa e fuori, da quando eri ragazzo ad oggi. peccato tu non abbia mai scommesso. saresti stato ricco.

le città soffocano nello smog. il vantaggio di avere tutto a disposizione, anche il cancro. intanto ti fumi una sigaretta, sorridendo. così, per simpatia.

una donna innamorata la sai. la vedi dagli occhi, e se è al telefono anche dalla voce soltanto. la senti da come parla, anche se ti sta dicendo il contrario. ne sai le mosse, fino a prevederla, e si arrabbia anche se la aspetti lì dove sarebbe arrivata. e non è banale o scontata, ma solo una (spesso) piacevole conferma delle tue previsioni. una donna innamorata è, malgrado a volte voglia celarlo, la cosa più trasparente che tu conosca. un uomo innamorato, nove volte su dieci, è un bluff.

ti sta arrivando materiale. il libro su tuo padre va avanti, nonostante te. leggi distratto. date, fatti, luoghi, roba che conosci, ma anche cose ignote. una storia nata cento anni fa, che ti continua addosso. senti la distanza e la presenza. sensazione strana. ti vengono fuori paralleli, al limite del paragone. tra maschi succede, misurarselo a chi l’ha più lungo. sorridi, pensando che non è il momento per i classici duelli virili. hai sempre perso a questo giochino.

giornate bellissime, terse, senza nubi. peccato doverla chiamare siccità. i colori della campagna e dei boschi intorno a dantedieci mettono allegria. una specie di carnevale ante litteram, pieno di rossi e gialli e marroni in tutte le sfumature. giri ignorando i centri abitati, evitando i semafori, scansando il traffico. hai un cliente in centro città, ci andrai sabato mattina, così ritirerai anche il libro di incipit che hai ordinato alla tua libreria. eviti la gente, da sempre, e ora più che mai. pochi legami, poche parole, poca roba fuori. sei convinto che si debba vivere con ciò che si ha dentro, poco o tanto che sia. perché se c’é un male non viene da fuori, è già in noi, e se c’è una medicina è proprio lì accanto, insieme al male. dolore e piacere convivono, come malattia e guarigione. da fuori arriva poco. più che altro esempi. come i colori del mondo in questo periodo. li guardi, li respiri, stai meglio. ti basta.

le abitudini consolidate nel tempo sono dure a morire. come cambiar casa per un vecchio. dovrebbe esser lasciato nelle sue stanze di sempre. un gesto, un pensiero, un fatto ripetuto negli anni, quando non ha più il supporto della logica, se viene meno la sua ragion d’essere, diventa inutile, vuoto, un tic nervoso, un vizio. nell’impossibilità di dargli un valore nuovo, si cerca di interrompere la routine, di frazionare il tempo che innescava quel gesto, quel pensiero, quel fatto. aspettando che passi.