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Monthly Archives: luglio 2012

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piangere in santa croce.

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in india un blackout lascia al buio seicento milioni di persone. portati la pila.

il momento migliore di ieri sera, uno scambio di battute tra cognati:
– e dopo una cenetta così, ci vorrebbe una grappa, un’acquavite, un cordiale. ce l’hai un cordiale?
– certo, un cordiale vaffanculo.

forse la verità vera non esiste, ciascuno ha la sua, mezza, parziale, un po’ accomodata. ma se in mano hai solo uno straccio di giustificazione, allora lascia perdere, sei lontano.

socialità estiva, aperitivi a gogò, col sole ancora alto, sorrisi freschi a trentacinque gradi e trentadue denti, vestiti leggeri che cascano sempre bene, svolazzano per contratto, anche senza vento, bocche rosso fuoco che marchiano bicchieri pieni di perlage fine e persistente, alcol modesto, costoso, abbondante, il tutto senza sudore. nessuno suda in questa cartolina finta che stingerà con la prima pioggia.

che te ne fai di tutti questi ricordi? non si sa mai.

stasera cena familiare dal cognato. glisseresti volentieri il meeting parentale, se non fosse che ci vai in scooter. il solo pensiero di far quaranta chilometri di poggi e valli, olivete e boschi, fiumi e vigne ti sedimenta il cervello, stratifica il cuore, placa le vene. poi però domani sera, per una regola del contrappasso, sei a  firenze, in centro. caldo, traffico, turisti, bolgia, file. però sarai in uno dei più bei posti del mondo, in piazza santa croce, e sentirai cantare la poesia. il diciottesimo dell’inferno di dante. apposta si chiama canto. lo canta roberto benigni.

bello restare a casa a lavorare, se solo la testa andesse in vacanza da sé.

e poi il tennis. andavate di notte, in un campino d’un paese di collina, circondato da olivete. due ore di campo alla settimana, tu e enzo. due ore fitte, violente, dure, sudate. scambi tesi, a ogni  stecca dovevate uscir con la pila a cercar la pallina che saltava il recinto. mai visto il guardiano, solo per telefono. il campo sempre annaffiato e pettinato, la chiave nello spogliatoio, il bagno pulito. forse eravate gli unici soci di quel club sgangherato di campagna. tu ed enzo, il tuo migliore amico, col quale discutevi di tutto, sesso e politica, amore e futuro. ma lì stavate zitti, a tirarvi pallate per due ore, nella notte densa d’odor di fieno tagliato. fatta la doccia lasciavate i soldi nello spogliatoio e spengevate le luci. trent’anni fa, venti chili fa, nello scorso secolo. di più, millennio. mai più giocato così. mai più avuto un amico così.

estate sessantasei, era caldo, dietro casa c’era un bosco ripido, pieno di cipressi e ginestre e pini. vi arrampicavate su per le scarpate sassose, sbucciandovi le ginocchia e rovinando le scarpe, sapendo che a casa poi eran ceffoni. ma chi se ne frega, la scuola era finita, i pomeriggi lunghissimi e liberi, fatti per giocare, nascondersi, far case sugli alberi e divertirsi. tu portavi il mangiadischi irradiette arancione, tuo fratello una busta piena di quarantacinque giri. così poteva capitare che in quei boschi scoscesi sopra la via nova, in certi pomeriggi particolarmente caldi, invece delle cicale si sentisse la musica.