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Monthly Archives: settembre 2012

nei ristoranti di pesce non c’é il rumore del mare.

dantedieci. stai tagliando l’erba prima che piova. osservi la casa dal basso dei giardini, stagliata nel cielo grigio. anche leo ricci le chiamava case, non ville. materiali poveri, del luogo, anche se usati come solo lui sapeva. ti viene un paragone. le navi. le navi tagliano le onde, penetrano l’acqua. dantedieci é una barca che segue le asperità della terra su cui posa. ricci le sue case le faceva galleggiare. bello navigarci.

ciao miniluz.

il massimo é esser citati quando si cita.

Il frigorifero, la televisione, le sedie, gli armadi, il giradischi, il bar, gli specchi, i tavolini, i letti, le scope, le pentole, le lampade, le lampadine, le forchette, la macchina per scrivere, lo spremilimone, il frullaranciata, il macinacarne, l’aspirapolvere, il calamaio, il tostapane e una gigantesca bidonata di oggetti e oggettini e mobili e mobiletti é il materiale con il quale si costruisce la più colossale, inutile e folle nevrosi della gente, la preoccupazione quotidiana, l’ansia e l’angoscia di tutti i giorni, quella cosiddetta conquista sociale, di un bel posto nella società, un bel nome nella guida del telefono, atti notarili nell’armadio, matrimoni fastosi, giardinetti con lillà, campanelli da musica celeste che si spandono sulla moquette, pellicce di visone che si spandono sul gabinetto. (…) Cercheremo di fare case con dentro oggetti, utensili e prodotti che sono quello che sono, strumenti per vivere, sacri e familiari, usati (non violentati), rispettati (non idolatrati), amati (non posseduti), belli (non divinizzati). Faremo così e verrà fuori un posto dove vivere, abbastanza divertente, sganciato e distaccato, dove ci sarà meno spazio per le nevrosi e più spazio per stare sdraiati a leggere Ian Fleming facendo grandi gesti che non descrivo, per stare sdraiati a fumare, per ascoltare canzoni, mandole, liuti e chitarre, per mettere fiori nei vasi, per partire, andare a Kabul a trovare gli amici, a Pechino a parlare con le guardie rosse, a San Francisco a passare la notte sulla spiaggia e andarsene quando viene la nebbia dal mare, per stare sotto i pini dei colli della Val di Pesa, per andare a salutare i miei antenati nei cimiteri della Val Badia, più tempo per togliersi e mettersi il maglione e stare a chiacchierare.

Ettore Sottsass Jr, Come proteggere la bellezza dalla polvere e dai piranha, millenovecentosessantasette.

forse andrai in un altro ospedale. a vedere come è bella una donna tutta nuova che nasce oggi.

gli ospedali son tutti brutti. specie quelli che contengono un amico. uno vispo, sveglio, il più intelligente, forte, volitivo, attivo che conosci. che ora non ha la forza di tenere gli occhi aperti. allora esci a fumare e hai un po’ voglia di piangere. ma non lo fai. siamo maschi noi, maledizione.

a quanto pare in america i giornalisti li arrestano per molto meno.

oggi andrai a trovare il tuo amico all’ospedale. dopo tre settimane di vacanza insieme, dopo quasi un mese di terapia intensiva. lo vedrai per la cena, forse lo imboccherai. uno grosso come te, barbuto come te. almeno riderete insieme. come facevate in india, tanto tempo fa.

a volte succede che ci si trascina per giorni interi alla ricerca di un minuto buono, senza trovarlo. poi succede, e si sorride.