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Monthly Archives: novembre 2012

ciao lapo delapis. nome e cognome, sempre. il solito modo di rispondere. quella voce calda, sicura, calma, sincera, buona. quella frase amichevole che ti abbraccia anche se sei al telefono, distante. l’hai sentita per anni, centinaia, migliaia di volte. suo figlio risponde al telefono esattamente come faceva lui, con la sua stessa voce, identica. e tu avresti voglia di richiamare, anche ora, solo per sentirtelo dire di nuovo. ciao lapo delapis.

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buco, tana, rifugio, pelle, eremo, nascondiglio, covo. e al contempo archivio di vita, pezzo di storia tua, universo sconfinato, recipiente vastissimo che contiene e protegge te, le tue cose, la tua gente, il tuo mondo. dantedieci il venerdì sera diventa casa, nel senso più ampio e complicato che ci sia.

sei contento, la macchina fotografica del tuo amico funziona. forse era stata la caduta, o forse l’acqua del monsone indiano che era penetrata dentro i circuiti. la ridarai a suo figlio, sperando che ci faccia belle foto, come suo padre. ma prima devi asciugarla di nuovo.

senza parole.

da queste parti il sole ha sempre il garbo di andarsene a dormire dietro un borgo antico, o un castello, o una rocca in cima a una collina. quando poi vuol stupire davvero, si addormenta su un’isola in mezzo al mare.

oggi dantedieci regala colori.

ogni tanto ti senti tra l’incudine e il martello, e sorridi, pensando a chi dei due si romperà prima.

rajasthan, india, dodici agosto duemiladodici, tanto per cambiare piove. sotto il monsone andate in bus al tempio jaina di ranakpur. molti di voi sono in pantaloncini e ciabatte, all’ingresso i monaci vi danno dei mutandoni celesti per non offendere le divinità. é un tempio gigantesco, è tutto in marmo bianco, che se non fosse marmo si potrebbe dire che l’hanno ricamato. ci entri, ti giri intorno e colonne, torrette, cupole, altari, muretti, ogni centimetro è come coperto di trine, ricami, insomma roba da uncinetto, più che scalpello. il tuo amico é ridicolo con quelle braghe improbabili, e comincia a fotografare tutto. tamarindo ci dice che siamo liberi, ci si vede tra quaranta minuti per una chiacchierata col suo amico, il capo degli studiosi jaina del tempio. tu giri, guardi, ammiri estasiato quest’architettura dove il colore non esiste e anche la forma é rigorosa, studiata per generare armonia, equilibrio tra l’imponenza della struttura, davvero vasta, e tutti i miliardi di particolari che la compongono. dalle cupole pendono festoni di marmo, ciascuna delle millequattrocentoquarantaquattro colonne é un racconto fatto di figure finemente scolpite in pose plastiche di una grazia davvero divina. il tutto costruito con un simbolismo e una elaborazione astronomica e numerologica pazzesche. giri un sacco di sequenze con la nikonina, ogni tanto ti riposi, ti metti a sedere in un angolo e guardi. guardi i fedeli che passano, salutano le loro divinità, svolgono con attenzione il loro rito. guardi i pochi turisti, tra cui alcuni fricchettoni che si mettono in circolo sotto la pioggia. guardi tutta quell’armonia di simboli e significati che da seicento anni per qualcuno hanno un senso e pe altri no. vi trovate nel punto stabilito, vi mettete a sedere su un balcone che da sulla valle, arriva il monaco che parla un sacco, come volesse convertirvi, alla fine fate colletta e per uno sbaglio invece delle solite mille rupie al monaco ne arrivano duemila. segue una benedizione infinita, una roba di auguri e auspici e cantilene e gesti che non finisce più. alla fine ve ne andate, seguiti da un sorriso più bianco del marmo. sulla scalinata la reflex del tuo amico scivola dalle sue mani, ruzzola gli scalini ripidi, si schianta al suolo. l’obiettivo non va, la macchina da segni di pazzia. in autobus tentate di riparare i cocci, salvate forse l’obiettivo togliendo il filtro sbriciolato dall’urto e liberando la meccanica, la canon non ne vuol sapere. poi, il giorno dopo, sembra dar segni di vita ma una pioggia violenta la spegne definitivamente. tu lo prendi in giro, col fatto della benedizione da duemila rupie, gli dici che con tutti i tuoi colleghi canonisti troverai chi gliela ripara. lui bestemmia ma ride e continua a far foto col blackberry. l’india é troppo bella per non portarsene a casa il più possibile. due mesi e mezzo fa. stamani eri a casa e guardavi la macchina e l’obiettivo del tuo amico che non c’é più. non funzionano da quel giorno lì, al tempio jaina, ma vuoi che li usi suo figlio. spedirai tutto a perugia in un buon laboratorio, mani esperte li cureranno e torneranno funzionanti. almeno loro.

piove da ieri mattina, nel pomeriggio quattro o cinque bombe d’acqua che facevano paura, é piovuto per tutta la notte, forte, regolare, e sta continuando anche ora, forte, regolare. il tuo fiume é in piena, l’arno anche. il lampo promette, il tuono minaccia, la pioggia mantiene.

l’arno non é neppure in piena e a firenze c’é già l’alluvione. vogliono salvare l’italia che affonda e non riescono a tenere una città all’asciutto.