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Monthly Archives: dicembre 2012

ecco, un duemilatredici così. non tutto, almeno tre minuti. il resto vediamo.

neanche a farlo apposta, passi da un posto e ci liberano uno rapito. bocca di magra dopo trentacinque anni é irriconoscibile. ci venivi da ragazzo, la mattina alle cinque, a pescare gli aleggini e i muggini gaggia d’oro. ci sei tornato ieri, vecchio signore decisamente sovrappeso. infatti oggi la paghi, con tosse e mal di gola. non sei più quello di una volta. e neanche bocca di magra. siete due robe straripate che cercano di trovare una forma che non c’é più.

perché le storie si intrecciano e non si sa il perché. come oggi che dovevi accompagnare una persona a cisanello. cisanello é a pisa, vicino al mare e oggi era perfetto col sole che sembrava estate e faceva sudare. cisanello non é un ospedale ma un quartiere fatto di cliniche universitarie, di centri di ricerca e robe così. un tempo lo comandava quello che ti vendette casa bensa, ma ora forse é un signore in pensione, e poi non c’entra nulla con la cosa delle storie che si intrecciano. in quel posto lì tutto é bello, funzionale, pulito, efficiente, razionale, anche grazioso. decine di palazzi  e palazzine e villette con migliaia di finestre, e strade interne e parcheggi e aiuole e panchine e alberi e cartelli che ti dicono dove sei e dove devi andare e anche dove non dovresti andare. ma in quel posto si toglie il male, e se lo togli il male rimane da quelle parti, e un po’ te ne accorgi. mentre aspetti spippoli al telefonino e controlli la posta. la tua compaesana parigina ti risponde, ringrazia per gli auguri e ti chiede cosa fate per l’ultimo. bello pensarla a parigi, col sole che riscalda ancora un po’ e le luci di natale che cominciano ad accendersi perché al nord fa buio prima. le rispondi che quest’anno niente pazzie, niente feste importanti, niente viaggi, forse starete in campagna tutti insieme a far le coccole alla vostra amica che gli manca il suo uomo ormai da due mesi. ti risponde disperata, che non sapeva, che vuol sapere, che deve sapere. le rispondi come puoi e come sai, spippolando sul telefonino e bestemmiando, promettendole di sentirsi appena possibile. poi, mentre la visita é in corso, esci. cisanello, questo é il primo posto dove hanno portato il tuo amico, tre mesi e mezzo fa. malattie infettive, tropicali, isolamento e tutti i cazzi del mondo che aveva addosso. tu non ci andasti, dopo poco lui era a firenze. sinceramente hai odiato quel posto lì, cisanello, dove tolgono il male ma non tutto, e qualcosa rimane tra le panchine e la aiuole, tra i palazzi e gli alberi, tra il fegato e i reni della gente. poi, mentre tornate in superstrada, guardando avanti verso est, dalle colline fiorentine all’orizzonte spunta una luna gigantesca, piena, che sembra quasi più grande della terra. e ti viene in mente che anche la tua amica parigina ha perso il suo uomo qualche anno fa. forse anche a parigi hanno un cisanello, ma non hanno il mare. sta facendo buio in superstrada, ti hanno chiesto di alzare il volume dello stereo, ibrahim ferrer attacca candela insieme ai suoi amici del buena vista social club. le storie si intrecciano sotto questa luna gigante, e non si sa il perché. y ahora si quieren bailar busquen otro timbalero.

quest’anno hai deciso così: chiunque sia sano non può romperti i coglioni.

ci son momenti tristi, oppure di paura, che non sai certe cose oppure temi di saperle, o anche non le vuoi sapere. ci son momenti che tocca esserci, e preoccuparsi, e aver pazienza e anche speranza, per te e per chi hai vicino. ci son momenti che pigli la macchina e vai verso il mare ma non vai al mare. devi solo accompagnare un amico a una visita. peccato perché oggi c’era un bel sole, si sarebbe stati bene.

è calato il sole e si é alzato il vento. viene dal mare, forte, caldo, a folate. intanto scrivi un po’, e leggi, anche meno. senti l’aria che spinge sulle vetrate di dantedieci, l’ombra dei cipressi si agita sul cielo schiarito dalle nubi in corsa. sul mare é libeccio, di quello che fa suonare le drizze sugli alberi delle barche. ti par di sentirlo, quel suono metallico, ripetuto, una cantilena che si mischia nell’aria e si propaga, come le campanelle della puja in india. il vento porta ricordi, ricordi di mare e di posti lontani, di sorrisi e tempi buoni. peccato non si possa fermarlo per un po’. fai appena in tempo a sentirlo e se n’é già andato.

aung

in politica ci puoi salire o scendere. dipende a che altezza la metti.

non c’é un modo giusto. ciascuno ha il suo. c’é chi tira le somme, fa bilanci, fa delle promesse, trae delle conclusioni, si fa delle idee. forse fanno bene. vivere di dubbi é fatica, specie quando son sempre gli stessi. ma é il tuo modo. il tempo ti ha insegnato che un dubbio non fa sangue, non é guerra, non fa litigare. un dubbio non porta da nessuna parte, ma forse non c’é alcuna parte dove andare, e siamo sempre tutti qui. se un cambiamento esiste, é in peggio. stai pensando che di quelli che ti hanno segnato la pelle ce n’é più sotto terra che sopra. sei un quaderno di ricordi, un po’ sgualcito, coi bordi ingialliti dal tempo e dall’uso. per quel che vale, anche quest’anno sta finendo, con le sue pagine piene di segni, alcune belle, bellissime, altre strappate, tagliate, incise dagli addii. quest’anno hai perso molto, guadagnato quasi niente. allora ti tieni stretto quel niente, sperando di riuscire a portartelo nell’anno che viene. insieme ai dubbi che hai. non ti serve altro. questo é il tuo modo, giusto o sbagliato non ha importanza.

secondo gli armatori pare che sia stata l’isola del giglio ad attraversare la strada alla costa concordia.

poteva andare peggio. sta per piovere.