Skip navigation

Monthly Archives: gennaio 2013

io sono amico della gente incerta, perplessa, modesta che cerca di capire e che sempre é nello stato di uno che non ha capito. sono molto amico della gente che ha paura.

ettore sottsass, scritto di notte, pagina duecentonovantasei.

Annunci

e poi angiolino dal sorriso buono che ci aspettava alle cinque di mattina alla baracca del circolo nautico alla foce. lo vuoi un caffè? no grazie l’ho preso ora. e mentre si andava al gozzo ti brontolava della sigaretta, lui che aveva avuto male al cuore, ma lo diceva con quel sorriso che lo guardavi e chiedevi quasi scusa. un omone grosso, calmo, metodico, in barca non chiedeva, non ordinava, faceva tutto lui. era il suo gozzo, col salpareti d’acciaio brillante e la vernice nuova tutti gli anni, gli ottoni lucenti e tutte le cose al loro posto. e noi ragazzi con l’eskimo, fiorentini ignoranti, di quelli che ogni tanto li leggi sul giornale, annegati a calafuria. ma gli si voleva bene, e lui a noi, che c’insegnava a innescar palamiti e calarli la sera a calasole per poi salparli appena fa giorno. ci raccontava le mire per ritrovare i segnali, venti minuti di entrobordo a mezzo motore quando i campanili sono in fila. pesche povere, qualche sarago, un grongo una razza e una gallinella. roba da zuppa, tanto per giustificare il gasolio, tanto per dire il pesce fresco, che la notte era vivo e a mezzogiorno era nel piatto. il pesce era suo, a noi bastava andare in mare, far foto e godersi l’onda lunga al largo, vedere il sole che sorgeva dalle colline lontane e aiutarlo come si sapeva. e imparare il mare, il mestiere, il pesce. ma non eravamo pescatori come angiolino. eravamo studenti fiorentini, ragazzi strani, un po’ viziati, che approfittano della casa al mare di babbo e mamma per soddisfare una curiosità, una voglia, forse una bizza. ma angiolino ci voleva bene, e ci fece da maestro paziente, e forse, mentre gli si intralciava la pesca, gli si dava anche una mano, oppure gli si faceva compagnia. sì, c’era un legame con quell’uomo, fatto di pazienza e mal di mare, prese di culo e moccoli, sigarette e occhiatacce benevole, risate e colazioni vomitate fuori bordo, di esche e ami, travi e bracci, piombi e galleggianti, e la cosa funzionava perché ci siamo frequentati per anni e abbiamo comprato gozzi e barche a motore e barche a vela e siamo diventati dei quasi pescatori, insomma, di quelli della domenica. tutto questo trentacinque anni fa o giù di lì. non hai mai saputo pescare, ma da angiolino hai imparato molto. chissà perché te ne ricordi ora. forse sono le vecchie dia. sì, può essere.

in questo paese molte aziende hanno chiuso. ditte individuali, aziende a conduzione familiare, cooperative, fabbriche, grossi gruppi. se succede anche a una banca, pace.

Valentine2

ci sono forme che firmano un momento, un’epoca, un pezzo della nostra storia. poi passano, perché tutto si brucia, si consuma, si dimentica. però qualcosa attraversa il tempo e le generazioni, e riaffiora, e riprende vita, e diventa valore, per l’eternità. ecco, allora lo capisci, quella roba lì era fatta con amore.

sì, sei un uomo fortunato. alcune persone ti hanno regalato molto. ma il disagio del ladro non riesci a togliertelo di dosso.

saranno le vecchie dia che digitalizzi, tante foto di vacanze lontane che non ricordavi più. oppure che stasera vengono a trovarti tamarindo e il dottore con le consorti, coi quali sei stato in india ad agosto e ricorderete un po’ di cose e forse farete anche nuovi progetti. il fatto é oggi hai dei pensieri lontani, esotici, un po’ isolati, quasi in capo al mondo. oggi il tuo cervello é in bhutan. perché se lo sai ascoltare il mondo canta.

ogni tanto ti manca il tuo amico. ogni tanto spesso.

i sentimenti di per sé son cose semplici, é quando li adoperi che diventano tremendamente complicati.

però poi i pensieri vanno. un po’ da sè un po’ portati dagli eventi occasionali. tipo ieri che dopo cena hai continuato a digitalizzare vecchie dia. vedersi giovane, un cesto di capelli neri e barba folta, che sembravi un taliban, in una ridi, con tutti i denti tuoi, ancora dritti. e poi gli amici col ciuffo, anche quelli ora calvi. e le donne giovani, ma giovani davvero. le tue cognate dark, ridicole fin da allora. la principessa non é poi cambiata molto. era grande già da ragazza e ancora giovane adesso. e poi la tua cognatina preferita, che era alta come suo figlio oggi. carichi, scansioni, metti a posto e ricominci. un lavoro meccanico che lascia libero il cervello di ricordare. le foto dell’agenzia che avevi, i tuoi vecchi soci, quello brutto e quella bella. quella bella lo era davvero, e quando andaste a parigi per lavoro la fotografasti in tutti i modi, e lei ci stava e rideva. non era paziente ma ti voleva bene. poi arriva l’estate, agosto ottantatré o quattro, ora non ricordi. in corsica con le moto a campeggio libero, tre amici con le donne in tenda. qualche foto sbiadita, altre perfette. avevi una harley due e cinquanta, che dopo l’avrebbero chiamata cagiva col contachilometri al posto del contamiglia che avevi te. palombaggia era un pezzo di maldive in europa, con la sabbia bianchissima, l’isolotto di sassi nel bel mezzo della baia e un fico piantato lì, in mezzo al mare. poi al rientro tu dovevi finire il rullino per portarlo a sviluppare insieme agli altri, e cosi le ultime foto le facevi a cecina, quando andavi a trovare i tuoi. e ci sei rimasto male. due scatti di tuo padre, belli, col vento e il mare grosso di sfondo, le mareggiate di fine agosto che ti dicevano che la villeggiatura era finita. due profili lontani, pensosi, assorti, arruffati. hai guardato l’ora, le una. hai riposto tutto, spento le luci e sei salito in camera. ti sei spogliato e ti sei messo a letto a leggere, la sorpresa di tuo padre bello così ti aveva fatto passare il sonno. lei dormiva. vero, non é cambiata molto da quei tempi lì. é cambiato il resto. da una parte ti é scappato un sorriso, dall’altra no. momenti così, intimi, invernali, a collo alto.

son tempi di priorità. tipo la salute, oppure le parentele, o anche gli affetti, che detta così fa tanto brava persona anche se non é vero. oppure le incombenze, le urgenze, le emergenze, che non mancano mai. e il resto? il resto dopo. è tutto un rimandare, ritardare, procrastinare voglie  e progetti, viaggi e sogni. una mano te la da il cervello, sbilanciato tra passato e futuro, ma poco presente. insomma, tempi disattenti questi. aspettandone di migliori.