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Monthly Archives: gennaio 2014

un giorno come oggi non poteva che essere venerdì.

ciao fattore, ti volevo dire che oggi c’è la piena, e la gente ha paura. come se non bastassero tutte le paure che ci sono in giro, ora c’è anche l’arno che corre gonfio e marrone. stamani giravo in paese e c’era un silenzio strano, poca gente, quasi tutta sul ponte a guardare il nostro fiume che non ce la fa a sboccare in quello grande e allora cresce e fa sparire le pescaie e rasenta le spallette. bei tempi quando s’era tutti a casa bensa. te ne ricordi? quando mi volevi insegnare i muri a secco e io non ero buono e allora ti portavo le pietre con la carriola e tu le prendevi, le guardavi, le smussavi e le piazzavi, quelle grosse davanti a far figura e quelle piccine dietro a calzare, e poi si riempiva di terra e stava in piedi. e poi, mentre tu facevi il muro davanti a casa nostra io e la principessa si fece la scala per salire, con le soglie rotte e vecchie e lei era più brava di me e te ridevi. bei tempi, si faceva casa nostra e si stava bene, s’era giovani e s’aveva forza. e le discussioni, te cacciatore incallito che sapeva tutto del bosco e delle prode intorno,  delle lepri e dei fagiani, dei cinghiali e dei caprioli e io contrario. ma ci si voleva bene e quando a casa tua si cucinava la cacciagione non mancava mai la braciolina fritta per me. e quando dal paese si decise di andar su in bicicletta? ti prestai la mia e partiste, te tuo cognato il mio amico e la principessa. io dietro, col ciao di tuo figlio e la telecamerina. senza variatore. morii sulle salite e tutte le riprese vennero col fiatone da fumatore. l’arrivo al cantiere fu una liberazione per tutti. storie vecchie fattore, e buffe, e anche difficili, ma c’era un mondo differente, più possibile. non come oggi, con la gente impaurita di tutto, e c’è anche la piena. ma tu non lo sai, sei morto ieri notte alle una, e oggi farai l’ultima salita, dal paese al camposanto. io sarò con te, ti accompagnerò su quell’ultimo poggio che ci aspetta tutti, e ti saprò al sicuro. lì la piena non ci arriva.

e invece sì.

non può piovere per sempre.

ci vuol tempo per tutto. per pensare, ragionare sopra ai fatti, capirli. per trovare un modo, un verso giusto per fare. e poi per fare, mettere in pratica, decidere. o anche solo stare con chi ti piace. perché il tempo non te lo regala nessuno. però è bello regalarlo.

non siamo quello che abbiamo fatto, perché è fatto, non ci appartiene più. non siamo quello che facciamo perché forse verrà differente da noi e poi si staccherà, autonomo e finito. noi siamo quello che faremo, che è nella nostra mente, immaginato, fantastico, perfetto, nostro perché completamente incompiuto. fabbricatori di sogni, costruttori di fallimenti.

La mattina, quando me ne andavo dalla stanza del motel o dell’albergo dove avevamo fatto l’amore o forse no, dove forse avevamo soltanto dormito abbracciati, mi giravo e facevo una fotografia. 
Non mi riusciva mai.
 Avrei voluto fotografare i fantasmi dell’amore, le parole dette sottovoce, gli orgasmi, i nostri disordini, la nostra furia. Volevo anche fotografare quanto della nostra esistenza era rimasto su quei muri miserabili, su quei tappeti schiacciati dai passi degli altri, dentro quelle lenzuola bagnate dei nostri umori. 
Volevo capire, volevo imparare, volevo disperatamente sapere se c’è un modo – o se non c’è – di disegnare una stanza dove si possa trattenere l’esistenza. Tenere l’esistenza almeno per il fondo della camicia. Anche soltanto per un po’.
 Ormai mi sono convinto che è quasi impossibile.
 Ma forse non del tutto impossibile.

Ettore Sottsass, Fotografie, millenovecentonovantacinque.

oggi è il giorno della memoria, meglio starsene zitti a pensare. specie te.

una donnina di quarantacinque chili può sopportare le peggiori emicranie e continuare a lavorare far la spesa pascolare figli eccetera. per abbattere un omone di più di un quintale basta un raffreddore.

oggi non c’è tempo per pensare, è venerdì.