Skip navigation

Marquez

ciao, oggi ero a livorno, son venuto via alle una, avevo un appuntamento alle due e non ho neanche mangiato. ma è tutto il giorno che ti penso. penso che sei stato un babbo. sì, uno di quelli che stanno zitti ma ti stanno accanto e anche se non parlano con te che sei troppo piccino, te li ascolti e impari un sacco di cose nuove. di quelli che ti insegnano con l’esempio, che non ti rincorrono per controllarti ed educarti ma fanno la loro strada e sei te che gli devi andare dietro, e se gli stai al passo ti senti orgoglioso. ti ho letto per la prima volta che forse ero ancora minorenne, e sono ancora le cinquecento pagine più belle che io abbia mai letto. mi hai fatto entrare in un sogno dal quale non sono ancora uscito. ho vissuto, e vivo ancora, a macondo, accanto ai vari buendía, perdendomi nelle generazioni di aureliani e josé arcadio, tanto da non sapere più quale era l’uno o l’altro. mi sono innamorato di remedios, e mi sono affidato ad ursula, e ho cercato di metter pace tra amaranta e rebeca, e ho avuto paura di melquíades, e ho fatto il tifo per pietro crespi, e tutto questo è cominciato davanti ad un plotone d’esecuzione, attraversando paludi mefitiche, respirando miasmi malarici, vincendo battaglie perse in partenza, mentre perdevo quelle già vinte, per finire di nuovo davanti a quel plotone. insomma lo sai, io ero macondo, e ci sono ancora. poi ho cercato tutti i tuoi libri, ho letto tutto di te, anche saggi e interviste, ma nulla è stato come quel libro. certo, grande letteratura, tutti scritti giganteschi, ma maledizione, non dovevo cominciare proprio da quel libro lì, quello doveva essere la fine, l’arrivo, il premio, non certo la partenza. e l’ho riletto, non so quante volte, nella speranza di dimenticarlo di nuovo. e l’ho letto ancora, finché quel libro non è diventato un tatuaggio dentro. pensa, ero a cuba tanti anni fa, e l’ho visto su una bancarella, in spagnolo. un’edizione locale, con la copertina in cuoio, le scritte in argento e la rilegatura grossolana, i cubani con l’embargo si facevano tutto in casa, anche i libri. bella quella scritta d’argento, cien años de soledad, volevo sentire quelle parole nella tua lingua. lo portai a casa e volevo regalarlo poi al mio amico che non era potuto venire perché il viaggio costava troppo ma sapeva la lingua perché lavorava in spagna. anche lui ti amava, e poi è morto e questo tomo grosso e marrone con le scritte metalliche è rimasto lì, sul mobile accanto al letto, a farsi vedere tutte le sere, a ricordarmi di lui. e ora anche di te. stanotte tornerò a casa, dopo una pizza con gli amici, e lo aprirò, per cercare il suono delle tue parole, quell’umidità calda e appiccicosa eppure così rassicurante che solo un babbo può dare. e mi sentirò orfano, come tutte le volte, per l’ennesima volta. orfano di un babbo distante, un po’ snaturato a volte, come la nonna della candida erendira, ma sempre presente, con la parola e con l’esempio. un babbo di quelli che vorresti ci fossero sempre.

Annunci

2 Comments

  1. scrivi di più. e scrivi di venerdì, scrivi di padri e virtù

    Mi piace

  2. queste parole sono bellissime oggi che rimpiangiamo lo stesso padre e sentiamo un senso di smarrimento che ci rende in qualche modo vicini.

    Mi piace


scrivi se ti va

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: