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la memoria fa brutti scherzi. te n’eri dimenticato. ogni tanto ti dicevi d’averci scritto un post, tempo fa, ma l’avevi perso. poi, ieri, a una blogger piace quel post di più di cinque anni fa. e t’è venuto a mente, jan garbarek, quella storia vecchia d’un secolo, quelle parole, quella musica. il post su malaparata. l’avevi chiamato a volte la musica lo racconta meglio, un titolo perfetto. difficile che un film racconti meglio d’un libro, e così una poesia messa in musica. la carta canta meglio dici te, ma stavolta, in questa storia tutta geogiana, una grande poesia che parla dei sentimenti in maniera così struggente da rasentare la pazzia dolce e melensa della nostalgia, dove la vita e la morte assumono lo stesso suono, ecco, quelle parole che cantano solo a leggerle le hanno appoggiate su una musica, e quel canto già così alto è volato in cielo, è diventato grande, d’una bellezza quasi opprimente. tu hai riletto il post, fatto solo di quelle parole, hai cercato quella musica su youtube e ce l’hai messa, perché su splinder di allora non si poteva. e ringrazi chiara che te l’ha fatto ritrovare, e jan garbarek che nella sua pazzia norvegese ha prodotto questa cosa così profondamente georgiana ma così universale, così dolorosa ma così bella, così lontana dalla sua musica e proprio per questo sorprendente. avevi ragione, a volte la musica lo dice meglio.

Mai i miei occhi hanno visto la luna cosi bella come stanotte
Avvolta nel silenzio e la musica notturna che ti toglie il respiro
I raggi lunari ricamano ombre con un sottile filo d’argento
Oh mai i miei occhi hanno visto il cielo stupendo come stanotte
La luna adornata in raggi di perla sembra una regina divina;
Le stelle come lucciole appiccicate in una ragnatela le brillano intorno
Il Mtkvari scorre un ruscello d’argento di brillante bellezza
Oh mai occhi hanno visto un cielo tanto bello come stanotte!
Qui nella pace e calma immortale i grandi e nobili dormono sotto l’erba soffice colma di rugiada in tanti mucchi ammuffiti.
Qui venne Baratashvili con desideri pazzi portato alla follia
Oppresso da perplessi pensieri e fuochi infuriati di passione.
Oh, potessi io come un cigno versar l’anima mia nella melodia che scioglie il mortal focolare che respira immortale
Lascia che la mia canzone voli al di là di questo mondo su alte regioni dove sulle ali della poesia glorificherà il cielo.
Se la morte avvicinandosi rende più dolce la fragranza della rosa, adatta l’animo alla melodia che rende la tristezza più cara.
E se la canzone del cigno diventa parte del paradiso, se in quella canzone lei sente che la morte sarà un estasi, allora, lasciami come lei cantare un ultima canzone, e nella morte trovar delizia.
Cosi calma, bella, da togliere il fiato, mai vista la notte così.
Oh possenti morti, lasciatemi morire qui vicino a voi mentre canto.
Sono un poeta, e all’eternità lancio la mia canzone.
E lascia che sia il fuoco che riscalda e illumina il volo dello spirito.
Oh, mai occhi hanno visto un cielo tanto bello come stasera.

Dall’album “Rites” di Jan Garbarek, The Moon over Mtatsminda, da un testo di Galaktion Tabidze, composta e diretta da Jansug Kakhidze, direttore dell’Orchestra Sinfonica di Tiblisi

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