Skip navigation

Monthly Archives: ottobre 2014

oggi è stato venerdì.

Annunci

dali-atomicus

la forma non è la sostanza. l’altro giorno pensavi alla fotografia e ai social network, dicendo che l’hanno resa democratica. ti sbagliavi. hanno solo mischiato le cose. prima di tutto hanno reso pubblico un fatto privato. le foto pubbliche un tempo erano una roba fatta da professionisti, a volte anche oggetti d’arte. gli scatti della gita, dei bambini, delle vacanze o del natale rimanevano in casa, negli album con le copertine colorate, chiuse nei cassetti, sempre pronte ad una visione, ma intima, privata, amichevole, benevola. poi è nata l’amicizia di facebook, e le foto si pubblicano. ma pubblicandole le rendi pubbliche, anche quelle che un tempo erano private. allargandosi la platea sei sottoposto a giudizi esterni, estranei, devi cambiare la forma, che in una foto non è la sostanza. se ricevi un amico in casa ti fai trovare col maglione vecchio e le ciabatte, lui capirà e anzi, apprezzerà l’incontro informale. se ci vai a cena fuori no, ti cambi, camicia e scarpe lucide. e qui entra in gioco la lusinga. una foto pubblica non può essere minimamente mossa, o sfocata, i colori devono essere vividi, brillanti, al limite del surreale, oppure un bianco nero coi toni profondi, che esaltino le forme, la composizione. ed ecco le applicazioni per i telefonini. le usiamo e siamo tutti felici, appagati, soddisfatti. i nostri scatti collezionano decine di mi piace, anche da perfetti sconosciuti. ma la forma non è la sostanza. quelle foto stavano bene chiuse nel cassetto, anche col vestito buono. come mettere la camicia pulita e stirata e uscire in ciabatte.

sombreri

si chiamavano sombreri. erano dei ravioli rotondi, molto grandi, un piatto di quelli col sugo di coniglio e il formaggio sopra avrebbe fatto deragliare un treno, ma ci levava la fame. e i ragazzi si sa, hanno sempre fame. veniva direttamente lui a portarceli, adorava la gioventù e ci aveva preso a ben volere, con quel suo fare marchigiano, quell’accento adriatico che non voleva andar via, quella parannanza stretta intorno al corpo grosso, da oste e quelle mani grandi come badili che distribuivano pacche sulle spalle e pietanze. aveva un fare bonario ma brusco, severo. l’hai visto rincorrere gente maleducata fuori dall’osteria, con l’intenzione reale di menarli. ma era buono, una pasta d’uomo, venuto da un’altro mare a cercar fortuna con la moglie, prima cameriere, poi cuoco sotto padrone, come diceva lui, poi quel buco in centro, pochi tavoli e tanta allegria. una vita in cucina, a far sombreri e coniglio alla marchigiana, sughi e bistecche, funghi e asparagi quand’era stagione. eravate amici di sua figlia, una ragazzona bionda con la voce del padre, nata in toscana ma con l’accento di senigallia. certi geni son duri a morire. entravate nell’osteria sfacciati e sorridenti, dichiarando povertà, e lui con duemila lire a testa vi faceva mangiare e bere, a volte anche meno. poi prendeva la seggiola e si sedeva con voi. difficile accettare un grande per un branco di ragazzi, ma lui era differente, ci sapeva fare. voleva bene, e si vedeva dagli occhi. mise su una roba grande, un bel ristorante, sempre in centro, e voi continuaste ad andarci, per lui, la figliola e i sombreri. poi passarono gli anni, voi diventaste grandi, lui andò in pensione, vi siete persi di vista, ma bastava ritrovarsi ogni tanto in paese e veniva fuori quel sorriso, quei modi bruschi e affettuosi, quella parlata adriatica che poi scoppiava in una risata. invecchiava, ma bene. poi si è ammalato, e oggi è morto. e ti mancherà, come i suoi sombreri. ciao oste, non te l’ho mai detto, per quel che conta lo scrivo qui. ti voglio bene.

una foto, un sorriso, dei bambini. la guardi e ci pensi. è tutto quel che volevi.

ci son giorni così, senza un perché, un po’ come oggi. poi arriverà qualcuno, domani oppure tra una settimana, o anche tra un mese, e te lo spiega.

ieri, due anni fa. moriva il tuo amico. la notte prima avevi voluto dormire vicino a lui, sulle sedie di quell’atrio squallido davanti a terapia intensiva, nell’ospedale di ponte a niccheri. i fiorentini ogni tanto mettono nomi allegri ai posti, ponte a niccheri è uno di questi, e negli ospedali, per una forma perversa di destino, si nasce e si muore. lo stesso ospedale dove, la notte di natale di un miliardo di anni fa, era nata la sua primogenita. partiste la mattina presto, in gruppo, per andare a far la festa a quella famiglia appena cresciuta, desti un bacio alla madre col fagottino in braccio e offristi un sigaro al padre che non riusciva a smettere di sorridere. ora il fagottino è una ragazza bellissima e nervosissima, come molte della sua età, e lui è un ricordo. lei farà la sua vita nel mondo. lui è qui, con te.

non è una questione d’intelligenza, di prontezza o di capacità. il più delle volte non siamo in grado. obiettivamente e oggettivamente incapaci.

Siena duomo

stamani eri lì, a camminare tra tombe e intarsi lapidei pazzeschi, bassorilievi e scritte preziose. ti sei sentito quasi felice, protetto da una delle più belle e preziose e magnifiche e stupefacenti opere dell’ingegno umano. sei entrato, hai fatto qualche ripresa, ti sei girato intorno con la bocca aperta e poi sei uscito, intontito, nel sole della piazza. mentre tornavi hai quasi pianto, un pensiero fisso: beati i piccioni di siena che vedono le cose dall’alto.

vedendo come vestono oggi i bambini per andare a scuola, ti viene voglia dei vecchi grembiulini, neri fiocco azzurro per i maschi, bianchi fiocco rosa per le femmine. non sai come faccia oggi un insegnante ad entrare in una classe che sembra una puntata di uno show di varietà per nani. o sei vecchio te o son pazzi i loro genitori.

rene burri

mi hai insegnato a dimenticarmi della foto, e ad innamorarmi dell’immagine. ciao rené.