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sombreri

si chiamavano sombreri. erano dei ravioli rotondi, molto grandi, un piatto di quelli col sugo di coniglio e il formaggio sopra avrebbe fatto deragliare un treno, ma ci levava la fame. e i ragazzi si sa, hanno sempre fame. veniva direttamente lui a portarceli, adorava la gioventù e ci aveva preso a ben volere, con quel suo fare marchigiano, quell’accento adriatico che non voleva andar via, quella parannanza stretta intorno al corpo grosso, da oste e quelle mani grandi come badili che distribuivano pacche sulle spalle e pietanze. aveva un fare bonario ma brusco, severo. l’hai visto rincorrere gente maleducata fuori dall’osteria, con l’intenzione reale di menarli. ma era buono, una pasta d’uomo, venuto da un’altro mare a cercar fortuna con la moglie, prima cameriere, poi cuoco sotto padrone, come diceva lui, poi quel buco in centro, pochi tavoli e tanta allegria. una vita in cucina, a far sombreri e coniglio alla marchigiana, sughi e bistecche, funghi e asparagi quand’era stagione. eravate amici di sua figlia, una ragazzona bionda con la voce del padre, nata in toscana ma con l’accento di senigallia. certi geni son duri a morire. entravate nell’osteria sfacciati e sorridenti, dichiarando povertà, e lui con duemila lire a testa vi faceva mangiare e bere, a volte anche meno. poi prendeva la seggiola e si sedeva con voi. difficile accettare un grande per un branco di ragazzi, ma lui era differente, ci sapeva fare. voleva bene, e si vedeva dagli occhi. mise su una roba grande, un bel ristorante, sempre in centro, e voi continuaste ad andarci, per lui, la figliola e i sombreri. poi passarono gli anni, voi diventaste grandi, lui andò in pensione, vi siete persi di vista, ma bastava ritrovarsi ogni tanto in paese e veniva fuori quel sorriso, quei modi bruschi e affettuosi, quella parlata adriatica che poi scoppiava in una risata. invecchiava, ma bene. poi si è ammalato, e oggi è morto. e ti mancherà, come i suoi sombreri. ciao oste, non te l’ho mai detto, per quel che conta lo scrivo qui. ti voglio bene.

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