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Monthly Archives: febbraio 2015

certi tuoi legami, interessi, affascinazioni, sicuramente grazie a te, durano quanto le batterie dell’iphone. 

io credo che i libri non abbiano alcun bisogno degli autori, una volta che siano scritti.

elena ferrante

tra due giorni avresti dovuto essere a milano, per una cosa bella, che riguarda anche tuo padre. dalla vecchia fabbrica è andato su un grosso camion carico di cose belle, per una mostra. volevi partir giovedì mattina in treno, vederla, fotografarla, riprenderla, tornar di notte e portarti a casa l’orgoglio d’un figlio. non ci andrai. come si dice, l’importante è la salute. ecco. non la tua, me quella d’un tuo caro ti porterà a pisa tra due giorni, per un altro affare, più importante, più di tutte le mostre del mondo. non serve l’orgoglio, neanche quello di un figlio. serve di più un padre.

stai rimuginando sull’amicizia, sull’amore e robe simili. come si fa ad esser contenti che qualcuno pianga quando non ci saremo più? dovresti trovare qualcosa di divertente da fare.

a cosa servono i soldi se in cambio ti danno poesia?

in questo mondo smart dovresti essere trendy, un po’ geek e abbastanza nerd. tu spesso ti senti solo vecchio, stanco e inadeguato. il bello è che tutto questo non ti da noia.

un vaffanculo una sigaretta e un’amicizia su facebook non si negano a nessuno.

esser brevi vuole tempo.

giornate uguali, ma differenti. la luce per esempio. finalmente c’è, ma non picchia, carezza, avvolge le cose, come un velluto morbido. ti guardi intorno e ti ricordi i colori, quelli veri, come prima dell’inverno, e sei contento. poi ti svegli e c’è giorno, e anche la sera vien dopo, come a dirti che hai tempo, puoi fare ancora qualcosa, prima del buio. sarà quel pezzo d’animale che ti abita dentro, o forse le tue ossa vecchie che che han voglia d’asciugarsi, ma ora ti piace il sole che scalda.

bello partir di mattina e farsi cinquanta chilometri di stradine secondarie, fino a san gimignano. poi far riprese, ma con l’orecchio attento alla gente, specie i pensionati seduti a biscondola in piazza a prendere il sole, e a ragionar di calcio e donne. dovevi aspettare che finissero i moccoli per registrare, e ti guardavano sorridere perplessi dietro l’obiettivo. poi finire, far cartella e tornarsene indietro, col sole alto che scaldava campi e vigne, castelli e casolari, boschi e ulivete, in quel mondo di colline infinite che paion quinte d’un teatro dove da millenni si fa il vin bono, si bestemmia e si prega alla stessa maniera, in vernacolo. e ci pensavi, guardando da lontano tutte quelle torri fitte a simboleggiar forza e quattrini in un paesino di provincia. da noi l’ignoranza è democratica, i moccoli li tiravano i ricchi e i poveri, ma col fatto delle torri quelli dei primi arrivavano prima.