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Monthly Archives: gennaio 2016

ieri al circo massimo si è toccato il minimo.

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che differenza passa tra un musulmano che vorrebbe obbligarmi a vivere come un musulmano e un cattolico che mi obbliga a vivere come un cattolico, pur non essendo io né l’uno né l’altro? nessuna.

venerdì fiorentino, nelle case di una spia fascista e di una poetessa inglese. arte e letteratura, storia e archeologia, cosa si può volere di più? un aulin per il mal di schiena.

il tempo passa, maledizione, e nessuno ci può far nulla. non è che uno sta fisso a pensarci, ma poi succedono cose che son come delle sveglie, e non c’é un cazzo di modo di spegnerle. tipo oggi. tempo fa tuo nipote, il canottiere, ti chiede una cosa. il nonno è morto che aveva sei anni, non ricorda molto, gli piacerebbe fare una visita in fabbrica, dove faceva le ceramiche. gli proponi di organizzare la visita insieme all’amica di tuo padre, che ne sa più di chiunque altro. dimenticanze, contrattempi, impegni differenti, arrivate oggi alle tre, davanti alla fabbrica. lui è imperscrutabile, ma da certe cose lo vedi che è emozionato, eccitato. entrate, in tre, un ragazzo giovanissimo ed altissimo, una donna bionda elegante, un uomo grosso e vecchio. grandi spazi antichi, che tra poco verranno completamente trasformati, un museo, una scuola, una nuova fabbrica. ti ricordavi tutto, e gli raccontavi esattamente dove lavorava suo nonno, tra i tornanti e i pittori, laggiù c’erano le presse, il colo, gli stampi, gli aerografi. e qui, proprio qui, c’era un banchetto, largo e basso, pieno di ciotoline col colore secco dentro, di pennelli di tutte le forme, e stampini, e foglietti d’appunti attaccati alle ciotole con l’acqua, dall’interno, per ricordarsi la prova, l’esperimento, o anche solo lo sbaglio. c’era un mondo su quel tavolo, con accanto una sedia bassa e un frullino. ti ricordi ancora la foto del fotografo, quello famoso, quella col grandangolo, che finì su una rivista americana. e ora il nipote è lì, a guardarsi intorno, curioso, che parla con i pochi tornianti rimasti, in questo pomeriggio mite e tranquillo. che poi stanno facendo ancora oggi le cose di suo nonno. ti sei portato la macchina fotografica, fai qualche scatto, li lasci parlare. lui parla poco, a voce bassa, quel tono dimesso ma preciso di chi è curioso ma si vergogna di farlo sapere. la tua amica lo guarda, cerca di capire quanto nonno c’è in quel nipote, gli risponde, puntuale e affettuosa. sì, è così, ha voluto bene a tuo padre, molto, e ne vuole a te, forse sta provando a volerne a lui, e la cosa ti piace. poi, dopo un bel giro e tante parole, la visita finisce, vi salutate e ringraziate, uscite dalla fabbrica. lui monta in macchina, ti guarda e dice: grazie zio, ero troppo giovane per ricordarmi nonno in fabbrica, ma io vivo in casa sua, è piena delle sue ceramiche, volevo capire da dove veniva tutta quella bellezza. ora lo so. poi ha sorriso. sei partito senza neanche rispondergli. forse ti è scappato un prego nipote, ma non ricordi. ti ricordi d’averlo pensato. il tempo passa, maledizione, e nessuno ci può far nulla. ma volte basta poco, e il tempo può tornare anche indietro. oggi la sveglia suonava, e te non avevi nessuna voglia di spengerla.

in questa giornata della memoria ti sei dimenticato già due o tre cose. così, per ricordarselo.

@wmary_

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi, Se questo è un uomo.

perché certe parole pesano come i fatti (foto: https://www.instagram.com/wmary_/).

se manca il fisico non puoi, se manca il tempo non puoi, se mancano i soldi non puoi, se mancano le occasioni non puoi. non conta quel che puoi fare, conta quanti sogni metti in quel poco che fai. con la fantasia anche un bicchier d’acqua da bere diventa un oceano da navigare. e tu al momento hai un orizzonte di vetro.

se si esclude una strana lezione d’architettura tempo fa, erano circa quarant’anni che non entravi in un’università. i giorni buffi sono molto complicati da descrivere, per questo te li tieni per te.

 

prendi un po’ del sugo di pomodoro che hai fatto l’altro giorno, lo metti in una teglia e accendi il gas. quando comincia a sfrigolare ci metti le uova, con sopra una sottiletta ciascuna. quando il formaggio è ben fuso, porta in tavola. poi sparecchia, metti tutto in lavastoviglie e vai in soggiorno. accendi lo stereo, sul preampli seleziona “phono” e accendi il giradischi. mettici un disco di chet baker, ascoltalo. e aspetta il sonno, in pace.

ieri pomeriggio il tuo amico videomaker che non vedevi da un po’, che parla e sorride, poi cena allegrissima e festosa a casa della tua socia di carte che finiva gli anni. oggi ti scrive il tuo amico tornato dalla birmania chiedendoti di vedersi domani per una pizza. finisce la frase con siamo in astinenza di amici. gli rispondi di getto, ci mancate anche voi. ora ci pensi. tre fatti messi in fila, niente di importante, anzi, nulla di veramente costruttivo, tangibile, concreto, banale direi. come diceva baricco? bastante.