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Monthly Archives: agosto 2016

questa adagietto per gustav mahler era la dichiarazione d’amore alla sua alma. invece di una lettera, willem mengelberg dice che lui ha messo tutto in questo pezzo, senza una parola di spiegazione. oggi tocca a te affidarti alla musica. per la stessa ragione.

nubi dal mare, sembra notte. rombi lontani, par che dicano l’estate è finita. verrà l’acqua, poi il freddo, e i giorni corti, che ti alzi al buio come i topi. chiuderai gli occhi e vedrai il tuo mare, la risacca nelle orecchie, sulla pelle il vento caldo da sud. sarà difficile riaprirli.

la tristezza non la dividi, la gioia non solo la condividi, la moltiplichi.

hai un nipote d’oro. campione mondiale di canottaggio, per l’esattezza. un’eccellenza in famiglia aiuta a tirar su la media.

dicevi che il mare non basta mai. stasera ci sarai ancora davanti, fino a lunedì. altri due giorni. rubati, come sempre.

il mare non basta mai. riempie e svuota la testa, come la risacca. e scava, lucida, consuma, riduce all’essenziale. così torni a casa asciutto, consunto, liso, come certi legni. ma leggero.

Il terremoto è un naufragio in terra.
Le case diventano imbarcazioni scosse tra le onde e sbattute sugli scogli.
Si perde tutto, si conserva la vita, lacera, attonita che conta gli scomparsi sul fondo delle macerie.
Si abita un suolo chiamato per errore terraferma.
È terra scossa da singhiozzi abissali.
Questi di stanotte sono partiti da oltre quattromila metri di profondità.
Qualche giorno fa stavo agli antipodi, oltre quattromila metri sopra il mare.
Quel monte delle Alpi non è un meteorite piovuto dal cielo, ma il risultato di spinte e sollevamenti scatenati dal fondo del Mediterraneo.
Forze gigantesche hanno modellato il nostro suolo con sconvolgimenti.
Si abita una terra precaria, ogni generazione cresce ascoltando storie di terremoti.
Così, con le narrazioni, i vivi smaltiscono le perdite.
Le macerie si spostano, si abita di nuovo lentamente, ma al loro posto restano le voci, le parole degli scaraventati all’aperto, a tetti scoperchiati.
Ricordano, ammoniscono a non insuperbirsi di nessun possesso.
Arriva cieco di notte il terremoto e sconvolge i piccoli paesi.
Ma i mezzi di soccorso sono di stanza nei grandi centri.
Fosse un’invasione, quale generale accentrerebbe le sue forze lontano dai confini?
Per il protettor civile questo ragionamento non vale.
Ogni volta deve spostare le sue truppe con lento riflesso di reazione.
Ai naufraghi nelle prime ore serve il conforto al cuore di un qualunque segnale di pubblica prontezza.
Invece arriva prima un parente, un volontario, un giornalista.
Il terremoto è anche un’invasione, contro la quale avere riserve piccole e pronte sparpagliate ovunque.
“Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie”.
La frase di guerra di cent’anni fa del soldato Ungaretti Giuseppe racconta il sentimento di stare attaccati all’albero della vita con un solo piccolo punto di congiunzione.
Erri De Luca

mondiali di canottaggio junior, rotterdam, eliminatorie. tuo nipote arriva primo, è in finale. e te piangi guardando delle barchette virtuali che si muovono sul monitor. soddisfazioni così.

due settimane. quindici discese in scooter attraversando boschi e olivete, verso il mare. quindici colazioni, sempre uguali, da principe. sfoglia di pasta frolla con crema, latte macchiato tiepido, senza schiuma. lei bollente, con schiuma, stessa pasta. poi a sud, costeggiando la pineta, fino allo sterrato, fino alla sbarra. parcheggiare e poi attraversare la pineta a piedi, verso il mare. trovarsi in pochi, diciamo un ombrellone ogni venti metri, anche a ferragosto. piantavi il tuo, lei stendeva gli asciugamani, un minuto dopo in acqua, a nuotare nel fresco. poi sole, ombra, sigaretta, libro, due cazzate tue, due risate sue, bagno, sole, ombra, sigaretta, libro. poi la fame, son quasi le una. far cartella e di nuovo a casa, in collina. da lì mentre mangi vedi il mare, le isole, col tramontano par di toccarla la corsica, è lì fuor di finestra. caffè, te sul divano a dormirti le olimpiadi, lei in giardino a giocare a burraco. poi a volte ancora mare, o girata con gli amici venuti in moto, oppure libro sull’amaca al fresco. dopo cena due chiacchiere, una sigaretta, lei a carte. al primo sbadiglio, buonanotte. quindici volte, tutte con lei, tutte uguali ma tutte differenti, tutte perfette. e dire che hai rischiato di non potertele permettere. invece te le sei permesse, fatte, godute. sarebbe bello potercisi abituare. ma forse no. il tempo, come la frutta, se lo rubi ha un altro sapore.

sempre pensando al potere della scrittura, o dell’arte in genere. lev nikolàevič tolstòj è morto otto anni prima del suo zar. mentre la santa russia si tingeva del rosso comunista e poi si sgretolava in molti stati antagonisti e corrotti, il suo regno oggi rimane ancora intatto. così per la cappella sistina col suo papa, o la nike di samotracia rispetto ai re greci. l’arte quindi è la forma di potere più vicina all’eternità (ma ancora lontana). e ora pensa ai politici d’oggi, e ridi.