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Monthly Archives: novembre 2016

quando i miei pensieri sono ansiosi, inquieti e cattivi, vado in riva al mare, e il mare li annega e li manda via con i suoi grandi suoni larghi, li purifica col suo rumore, e impone un ritmo su tutto ciò che in me è disorientato e confuso.

rainer maria rilke

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ci sono due modi di far le cose, il primo è farle bene, poi c’é il tuo.

un tuo amico ha letto il libro, e pare che col protagonista si sia identificato parecchio. e ti cita una frase di paul valery. gli uomini si distinguono da ciò che mostrano e si assomigliano in ciò che nascondono. certe considerazioni, quando ci arrivi di rimbalzo, valgono doppio. come a biliardo nella goriziana.

a volte ti meravigli di quanto piacere ti provochi un po’ di fuoco, una pizza mangiata in casa e un telefilm scemo visto sul divano. ai contadini la sera basta poco.

ecco, ora puoi dire di esserti sputtanato. black friday, what else?

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A Thanksgiving poem (from 1957)

SONG OF THE FEAST   (for David Amram)

What feast of thee, blue wild body!

My relatives from the mire

     wait outside thy plumage gate!

The raging cock, release!

             HAIL THANKSIVING!

Here the fox-spoon, ye ol’ fudder bucket!

An here the geese-bowl, ol’ gowdy!

Yez, dare the shaker-pep an the shaker blee-ack, too!

C’mon, bring o’er the radiator-soup!

Now we is a eatin, now we is a eatin—

Play the radio flea, ol’ fane

Yez,now we is a eatin an a listening, eatin an a listening —

Hey, blink, pass down the bread sink —

Ah, gobble, gobble, gobble, gobble

Man! smell that crazy pilgrim-hat pie!

Say dere, plank, take yo foul fingers outa dat sympathy-sauce!

Shhhhhhh, boys,  here comes the Weedy Lyke—


Pay me no mind — jes eat eat eat eat eat eat

eat eat eat eat eat eat eat eat eat eat—  


Gregory Corso

qui.

nessuno che critichi il tuo libro. piace a tutti, maschi e femmine (soprattutto loro), ragazzi e personne âgée. e ti sembra strano, da una parte ti stordisce, ti meraviglia, ti lusinga, dall’altra ci rimani male, come se ti mancasse qualcosa. fin da piccolo sei stato abituato ai puoi fare di meglio, non vorresti perdere l’abitudine.

il mondo è pieno di storie che nessuno racconta. il bello è immaginarsele.

pisa, ultimo giorno. caldo, sole, vento di mare. saldo, speranza, salute, amicizia, famiglia. nient’altro.

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giorni così, di sole smunto, di primavera sbagliata, di cose rimandate, di urgenze spiacevoli, di calcoli poco precisi, di pioggia promessa e mantenuta, di ombrelli persi e dubbi ritrovati. poi però basta metter due cose in macchina e partire, trovarsi in quella casetta in collina, accendere la stufa a legna mentre il sole tramonta sul mare, dietro al faro di vada. addormentarsi alla tivù, davanti ad una banalissima serie poliziesca americana, con le voci che piano si spengono e rimane il crepitio del legno, il bagliore arancio sul soffitto. e poi svegliarsi  col sole che non ci doveva essere e scendere giù al mare, col caldo che ti fa togliere tutto, a guardare i ragazzi che pescano dagli scogli. e tornare dopo il tramonto, quasi abbronzati, col sorriso che illumina l’abitacolo, negli occhi l’onda lenta e grigia del sabato, la calma piatta e trasparente la domenica. due giorni così ti fanno reggere tutto, gli sbagli, le urgenze, le mancanze, le incongruenze di tutta una settimana, di tutta una vita. ora che ci pensi, siete sempre stati soli. e vi siete bastati.