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Monthly Archives: gennaio 2017

vorrei essere stato meno dilettante. questa continua curiosità mi ha fatto uscire da una continuità compatta che è la continuità del normale professionista. si parte e si fa l’architetto. io ho divagato da tutte le parti. forse è questa la novità: sono un’intellettuale che divaga. non ho bisogno di definire niente in maniera assoluta.  non c’è la verità, ci sono viaggi che si avvicinano, che si allontanano, che ci creano la verità.
ettore sottsass jr. 1996

alla salute.

se non hai almeno uno straccio d’ideale non puoi avere buone idee.

la prima casetta che avete avuto, via del castello. due stanze che guardano l’arno, cinquanta metri quadri di chiesetta sconsacrata dove avete passato i primi dieci anni insieme. mille cene, amicizie, i primi bambini degli amici, nottate a sentire musica, tante chiacchiere e miliardi di sigarette fumate sul letto, in cucina, ovunque. ora ci stava una signora anziana. l’altra notte è bruciato tutto, lei è salva. ieri siete passati da via del castello, mucchi di mobili e masserizie anneriti dal fumo, gli intonaci schiantati dal calore, porte e finestre come orbite nere e vuote. fa effetto. hai sempre pensato che un giorno avresti ricomprato quella casetta in via del castello, per farci un ufficio, un nascondiglio, o anche solo ricostruire la tana originale da dove sei partito. mai avuti abbastanza soldi per farlo. ora è lì, nera, vuota, pericolante. a te oggi non vuole uscir di testa quella casa. non com’è ora, ma com’era.

là dove noi non siamo, si sta bene. nel passato noi non siamo più, e ci appare bellissimo.

anton chekhov

la presentazione in libreria di ieri è andata bene. te meno.

pisa-italy-italia-duomo-cathedral-aerial-by-nick-saglimbeni

venerdì, pisa, sole, cinque ore da passare in centro aspettando il tuo amico. non hai voglia di girare, ti basta elio vittorini. poi suona il telefonino, guardi la posta, l’orologio, non siamo neanche a metà del trattamento. ti guardi intorno, la tua panchina è in un giardinetto circondato da grandi edifici vecchi, un tempo abitati dai ricchi, ora ci stanno i malati. ti passa accanto gente contenta, altri che piangono. te guardi loro, alzi gli occhi, tra le case spunta il battistero di piazza dei miracoli, è lì accanto. di là dalla piazza c’è il camposanto monumentale, poco tempo fa son tornati gli affreschi distrutti nel quarantaquattro. dopo sei secoli è bastata una bomba imbecille per annientare benozzo gozzoli e compagni, e altri settantatré anni per restaurarli e rimetterli a posto. pisa è bella maledizione, ma godersela così è dura, faticosa, stressante. ci stai pensando ora alla buffa geografia pisana. strana divisione dello spazio, qui i moccoli, poi le preghiere e in fondo il silenzio, di qua i malati, di là i morti, in mezzo i miracoli. i toscani hanno sempre avuto un certo sense of humor. (ph. nick saglimbeni)

ma per chi scrivi? per me.

sabato presentazione del libro in una libreria cittadina, hai barba e capelli da clochard, la principessa ti ordina una rassettata generale. nel pomeriggio vai dal solito barbiere nel paesino di là dall’arno. una vecchia barberia, completa di calendario sexy, gestita dal figlio del fondatore, messa davanti al circolo emmecielle, con quale si contende i clienti e il record di anzianità. i vecchi cacciatori attraversano continuamente la stradina, formano capannelli vocianti e allegri. la “ci” di emmecielle starebbe per “cristiano” o qualcosa di simile, ma al primo minuto di conversazione il dubbio scompare. la caccia è laica, dio se ne stia fuori, sennò lo impallinano anche lui. sei entrato in bottega, cinque o sei vecchietti (dieci anni più di te?) che parlavano, compreso il vecchio barbiere. il figlio ti fa cenno di aspettare, uno di loro (soltanto uno) deve farsi i capelli. da lui è così, uno si rade, altri cinque chiacchierano con lui. di caccia. laicamente. nel senso che parte una bestemmia circa ogni dieci secondi, anche meno. un cinghiale, uno sparo, un moccolo, una lepre, un colpo a vuoto, due moccoli, un fagiano, un centro, altro moccolo. poi entra uno, è il presidente del locale circolo di arti figurative. ti si avvicina e dice ciao, so che hai scritto un libro, vieni a presentarlo al circolo, siamo tutti amici di tuo padre, ci farebbe piacere. e poi, per la prossima festa, vorremmo fare una monografia sulla sua ceramica, ti va bene? tu balbetti, ringrazi, sei onorato. lui ti rimprovera, se scrivi un libro devi chiamarmi, a noi fa piacere se lo presenti da noi. hanno una sede fantastica, una fornace antichissima, perfettamente restaurata, piena di stanze annerite e forni e archi e mura di pietre, proprio sulle rive del fiume, con annesso un salone espositivo molto moderno. lui se ne va, tu ringrazi, farfugli, gli dici che lo chiamerai. intanto il figaro di provincia finisce il suo lavoro, una bella spazzolata e sembri un clochard ripulito. barba e capelli dieci euro, registratore di cassa mai visto, forse ce l’ha in tasca. esci con i vecchietti che ancora parlano di quei quattro cinghiali che ieri alle quattro attraversavano l’arno giù alle draghe. e moccoli. monti in macchina pensando che certi posti costano poco e insegnano molto. lezioni di umiltà, di affetto, di amicizia. e un paio di bestemmie nuove.

pistoia

ieri firenze, oggi pistoia, dalla capitale dell’arte da una vita a quella della cultura nel duemila diciassette. dal caos disperato di una città che non riuscirà mai ad esserlo alla calma provinciale di una città che non vuole esserlo, e non lo sarà. ieri hai fatto lo chauffeur alla principessa, lei appuntamento fiorentino in centro, tu in periferia. l’hai accompagnata, salutata e lasciata lì, poi sei andato nel vecchio posto dove lavoravi una vita fa. posto strano, tra lo stadio e coverciano, residenziale di lusso ai piedi delle colline dei ricchi. lì c’era il tuo ufficio, e t’ha fatto effetto tornarci. è passato solo un anno dalla morte del boss, e pochi mesi da quella del tuo amico direttore. hai portato il libro alle due persone tue conoscenti rimaste, un maschio coetaneo che hai conosciuto al mare cinquant’anni fa (lui ci viveva) e che poi hai ritrovato lì in veste di commerciale (quanti malestri fatti insieme) e una femmina che era responsabile della programmazione che tu chiamavi la bomba sexy del terzo piano. grandi feste, grandi abbracci, grandi ricordi, grandi dediche sulle copie. quattro chiacchiere col sapore cipriato della nostalgia, un caffè, la promessa di rivedersi e poi via, di nuovo in centro. il traffico ti ha stretto nella morsa, soffocandoti cuore e testa. ti sei rifugiato nel parcheggio più vicino alla principessa, aspettandola, senza uscire dalla macchina. eri sinceramente impaurito. tornando a casa l’orizzonte si allontanava sulle colline verdi, hai ripreso a respirare. stamani pistoia, all’andata hai attraversato il montalbano, mille curve, mille boschi, mille olivete che facevano bene agli occhi. il centro è piccolo, un gioiello pieno di pietre medievali e rinascimentali incastonate le une sulle altre. piazze, chiese, palazzi, una bellezza misurata, ragionevole, armonica, a misura di sguardo. piccoli negozi, panettieri, fruttivendoli, fiorai, segnali di vita normale. sì, forse è questa la cultura, pensavi camminando. il sole caldo illuminava le strade e le facciate, la gente cammina tranquilla con le borse della spesa, i bambini per la mano. cultura è la vita che misuri e non è più alta di te, che non ti fa paura.

i cavalieri non vanno più di moda. se non ti sopporta la dama, figurati il cavallo.