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CesarePavese

Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l’ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione.

cesare pavese, la casa in collina, mille novecento quarantotto.

l’essenza dell’inutile raccontata dall’essenza della parola. nessuno ha più scritto di guerra così. anzi, nessuno ha più scritto così. con lui e pochi altri la letteratura ha raggiunto davvero l’essenza, il nocciolo, la perfezione. ecco, e ora prova a scrivere qualcosa.

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5 Comments

  1. 🙃

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  2. Ami le sfide.

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  3. sapeva scavare nell’animo umano come pochi altri, il suo tormento era alimentato continuamente dalle vicende umane che l’hanno coinvolto sino a fagocitarlo

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