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Testimonianza di una psicologa di Asl barese tra i soccorritori al Porto di Bari (fonte FaceBook).

Ci ho pensato un po’ prima di scrivere questo post. La pelle ancora ‘tira’ di ustione, la testa è ancora sottosopra per il caldo terribile e le sensazioni contrastanti che avvolgono i miei pensieri da ieri mattina. Non sono una credente praticante, mi ritengo cristiana perché amo l’idea di un Dio che si è fatto uomo , anche nelle piccole cose, anche nelle ultime. Ero lì con la precisa idea di abbracciare le mamme e i bambini, di sostenere chi di loro stesse allattando. Ero lì per cambiare insieme a quelle mani distrutte dal viaggio i pannolini dei cuccioli. Ma i bimbi non avevano panni. Un paio, si, ma fetidi e colmi di urine di giorni. Le donne non avevano vestiti definibili tali. Uomini alti e forse un tempo possenti erano avvolti da parei femminili, i più fortunati avevano slip. Le teste basse lo sguardo perso verso il nulla. Nessuno aveva le scarpe. Una umanità di 644 persone che camminava scalza da chissà quanto. Ho pensato subito alla lavanda dei piedi, quando le mie amiche di Secondamamma si chinavano a mettere ciabatte agli uomini, uno ad uno, rivestito e lavato alla meglio. Impossibile, guardando quella immensa fila umana e composta (nessuno non rispettava la coda, nessuno) non ripensare ai campi di sterminio. Dopo aver aiutato le donne ed i bimbi a cambiarsi, dopo aver distribuito acqua e biscotti alla immensa fila, alla fine il mio ‘compito’ è stato di prendere sottobraccio questa umanità e accompagnarla nel tragitto dalla tenda medica allo stand di In.con.tra. Un panino, un succo di frutta, del riso (tutto Halal), mentre le loro gambe traballavano e si doveva sostenerli perché non cadessero. Non voglio un applauso; vorrei però prendere a ceffoni tutti gli ipocriti senza sangue che ieri erano dietro una tastiera a lanciare invettive contro i neri, contro il sindaco e contro l’invasione. E poi mi piacerebbe spiegare che no, non avevano cellulari in mano. Quando la tua speranza si ribalta in mare dopo tempi apocalittici di stenti, perdi tutto, anche le mutande. Non dimentico, perché sono madre, gli occhi dei minori ‘non accompagnati’. Penso che avranno perso nel naufragio le loro mamme,o nella migliore delle ipotesi le loro madri li hanno imbarcati nella speranza di un futuro. Non migliore, semplicemente un futuro. Da madre, io tremo. Tutto il resto, il vostro solito ‘pro domo mea’ mi fa schifo.

“Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” Matteo 25, 35-44

e qui ci starebbe bene un moccolo.

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3 Comments

  1. Testimonianza che commuove, nel senso proprio che ti smuove dentro.

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  2. Taccio

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  3. Ho moccolato. Quando ci vuole ci vuole.

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