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Monthly Archives: gennaio 2018

dantedieci, piove. mattinata precoce, da un cliente. ti sei svegliato col mal di testa che diceva buongiorno, lo stesso che ti aveva dato la buonanotte ieri. adesso a casa, a cercare cose tue, del cliente, del secondo e terzo giradischi e del registratore a bobine che vorresti far funzionare. sai già che rimarranno lì, non morti ma moribondi, mancanti di pezzi, come te. serata di carte ieri, a casa tua. no, a casa di lei. lei che ride, parla, si muove nello spazio, lo fa suo. e te che stai zitto, ti ritiri negli angoli, dove la gente non vede, come un mobile che arreda uno spazio non suo. in realtà lo senti tuo, ma ti piace far tappezzeria quando lei è con altri. sei andato a letto che giocavano ancora, poi hai sentito i saluti, lei è salita. quasi tranquilla, quasi. si è addormentata subito, stanchissima, come sempre. e te al buio, a pensare agli spazi, ai saluti, ai movimenti, alle azioni tra persone. ci ripensi ora, senza trarne conclusioni. l’aulin guarisce le teste, senza migliorarle.

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per pensare a qualcuno ci vuole qualcuno. nella democrazia dei sentimenti tu sei sempre stato fortunato.

parlare è tempo perso, scrivere uguale. solo che a scrivere lo perdi te e non lo fai perdere ad altri. a meno che non ti leggano, ma questa è una scelta loro.

i ricordi fanno male solo quando non hai altro.

Non ho smesso di pensarti,
vorrei tanto dirtelo.
Vorrei scriverti che mi piacerebbe tornare,
che mi manchi
e che ti penso.
Ma non ti cerco.
Non ti scrivo neppure ciao.
Non so come stai.
E mi manca saperlo.
Hai progetti?
Hai sorriso oggi?
Cos’hai sognato?
Esci?
Dove vai?
Hai dei sogni?
Hai mangiato?
Mi piacerebbe riuscire a cercarti.
Ma non ne ho la forza.
E neanche tu ne hai.
Ed allora restiamo ad aspettarci invano.
E pensiamoci.
E ricordami.
E ricordati che ti penso,
che non lo sai ma ti vivo ogni giorno,
che scrivo di te.
E ricordati che cercare e pensare son due cose diverse.
Ed io ti penso
ma non ti cerco.

Charles Bukowski

zevi

No all’architettura della repressione, classicista barocca dialettale. Sì all’architettura della libertà, rischiosa antidolatrica creativa.

Bruno Zevi (Roma, 22 gennaio 1918 – Roma, 9 gennaio 2000)

ieri, funerale dell’amico di tuo padre. il paese intero. tutti lo conoscevano, molti lo rispettavano, qualcuno gli voleva bene. incontri luz, vi salutate. ha letto il libro, gli è piaciuto anche questo, più dell’altro. poche parole, ma vi intendete. con alcuni capisci meglio i silenzi delle parole.

è morto un amico di tuo padre, uno degli ultimi. sempre più radici, sempre più profonde. sempre meno rami, foglie, ombra, verde, sempre meno frutti. i grandi vecchi olivi toscani fanno così.

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

Cesare Pavese, “La luna e i falò”

oggi hai battuto il pollice sinistro. quello con l’unghia che non vuole ricrescere. in un secondo sulla punta del dito si è formato un ematoma alto e gonfio. col dito allungato sbagli le misure, lo sfiori e vedi le stelle. il tuo calendario da oggi ha molti nuovi santi.

sabato scorso presentazione. la seconda. del secondo libro. libreria affollata, amici, parenti, sconosciuti, un senatore. come sempre, l’hai gioiosamente subita. le presentazioni sono liturgie, messe laiche, ci sono i fedeli che ascoltano, un’officiante che fa il sermone, un cristo figlio del dio libro da adorare. il cristo è lo scrittore, sabato eri te. hai portato la tua croce con eleganza, mistificando la goffaggine e l’imbarazzo con balbettamenti confusi. la tua fortuna è la sintesi, ti sei aggrappato a quella, hanno confuso le tue frasi brevi per battute. è durata un’oretta, come una messa, appunto. ne farai altre, come cristo sei verosimile.