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Care generazioni future: vi prego di accettare le nostre scuse. Eravamo ubriachi fradici di petrolio.

Kurt Vonnegut

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due giorni di mare. mare e basta. mare in due. mare e pizza avanzata mangiata a colazione. mare e voglie, di ricordarsi ma anche di dimenticare. mare e pini torti, mare e mucchi di legni sulla spiaggia, mare e caffè presi nei barrini coi vetri schizzati di sale. e poi libeccio, forte. venticinque nodi tesi, che ti picchiano in faccia, la sabbia negli occhi, nei capelli, negli orecchi, nelle scarpe. libeccio che strappa sciarpe e pensieri e ti obbliga a stringere gli occhi e aprire i polmoni, che ti finisce la sigaretta in un minuto e le lacrime in un secondo. una barca a vela torna dall’elba, una mano di terzaroli e fiocco quasi chiuso, eppure vola. andate al porto a vederla rientrare, quasi arriva prima lei. facce provate, hanno saltato sull’acqua. il vento tra le barche fa un effetto strano, centinaia di alberi che dondolano al vento, le drizze metalliche che battono sull’alluminio, viene fuori un rumore strano, come le campanelle di una puja indiana, una messa esotica a ringraziare ciascuno il suo dio di essere in porto, al sicuro. è tardi, avete fame, tornate nella casetta in collina tra i campi, col finestrone che guarda dall’alto il mare lontano. il vento batte sui vetri prepotente, verso vada si vede la schiuma, risotto al gorgonzola. guardi lei, guardi il mare. mare in due, va bene così.

sei a casa, settimana pesante, un po’ difficile. cielo grigio, plumbeo. promette pioggia da giorni, ma il tempo è bugiardo, non mantiene la parola, a parte il nubifragio di sabato. il tuo fiume è in secca, una cicatrice bianca che taglia la campagna. pensi che questo doveva essere un periodo di piene, invece no, arido ovunque. esci a fumare, guardi il cielo basso. poi senti un rumore, come un treno che si avvicina. è l’acqua, arriva da ovest, a gocce grandi, sempre più forte. bagna il giardino, i marciapiedi, ma smette subito, ti lascia addosso la voglia. peccato, ti garbava. rientri, telefoni alla principessa. stasera si va al mare.

ettorino

oggi fai cent’anni. auguri ettorino, salutami la nanda.

un giorno senza meraviglia è un giorno perso, tanto valeva dormirlo. sognando.

chi parla molto non ascolta.

libecciata livorno

tira libeccio, vento di mare. porta ricordi lontani. li lascia, scomposti, sporchi, bagnati. come legni sugli scogli.

giorni di sospiri. se l’aria compressa che soffi avesse un valore saresti l’amministratore delegato di atlas copco.

il tempo si divide in due, giorni da ricordarsene e giorni da dimenticare. tipo oggi che sta nel mezzo.

un tuo amico e collega è tornato dalle vacanze. in moto, da solo, in bosnia. vi sentite al telefono. lui parla, ti racconta, sarajevo, mostar, sebrenica. ci sei stato tanto tempo fa, prima e dopo la guerra, sai la differenza. ti racconta dei buchi nei muri, dei cimiteri, della bellezza struggente di quei posti, del contrasto con le ferite. dice sono tornato quando il veleno del lavoro era sparito, quando le telefonate continue, gli appuntamenti fitti, le consegne fatte di notte erano dimenticate. quando ho avuto noia di star solo, allora son tornato. al telefono hai sorriso. la solitudine è la più grande conquista, ma si paga cara. lo vedrai nei prossimi giorni il tuo amico, e ti farà piacere.