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domenica mattina, la principessa si sveglia presto, deve uscire, nel sonno capisci che vuole che tu annaffi. senti sbattere l’uscio, nel buio degli occhi chiusi entrano gli uccellini da fuori, fischiano sul sonno, lo spengono. ti alzi, ti lavi, oggi è un giorno speciale. fai colazione da solo, fuori dalla cucina, poi ti metti ad annaffiare. accendi lo stereo. ora hai finito, sei sudato, ci pensi. ascoltare certe musiche il giorno del compleanno di tuo padre è devastante. e meraviglioso. auguri.

se nessuno ti contraddice quasi certamente hai torto.

Perché la gente fa tanto caso ai miracoli ?
Per quanto mi riguarda io non conosco altro che miracoli,
sia che passeggi per le vie di Manhattan,
o levi il mio sguardo sopra i tetti, verso il cielo,
o sguazzi coi piedi nudi lungo la spiaggia, proprio sul filo dell’acqua,
o mi fermi sotto gli alberi, nei boschi,
o parli, di giorno, con chi amo, o dorma, di notte, accanto a chi amo,
o sieda a pranzare a un tavolo insieme ad altri,
o getti uno sguardo agli estranei che viaggiano in tram di fronte a me,
o spii le api che nei pomeriggi d’estate si affaccendano intorno all’alveare,
o gli animali al pascolo nei campi,
o gli uccelli, o gli straordinari insetti dell’aria,
la meraviglia del tramonto, le stelle che brillano placide e luminose,
o la delicata sottile curva della luna nuova in aprile;
queste cose, e le altre, una e tutte, sono miracoli per me,
a tutto si riferiscono anche se ognuna è distinta dalle altre,
e al suo posto.

E’ un miracolo per me ogni ora di luce e di buio,
è un miracolo ogni centimetro cubo di spazio,
ogni metro della superficie terrestre è impregnato di miracolo,
formicola di miracoli ogni centimetro del sottosuolo.

Il mare è per me un miracolo senza fine,
i pesci che nuotano – gli scogli – il moto delle onde –
le navi che portano gli uomini,
quali i miracoli più strani di questi ?

Walt Whitman, Miracoli, mille ottocento cinquantasei.

20 luglio

dantedieci non ha un giardino, ha un bosco arido. guardi dalle vetrate l’erba incolta e secca, le siepi gigantesche, gli alberi ormai selvaggi. dovresti sistemarlo, invece no. venerdì sera ha preparato lo scooter, la principessa è tornata per cena, avete fatto cartella e siete partiti per due giorni di mare. ora ricomincia una nuova settimana, dura come la precedente, ma intanto siete stati a mollo nell’acqua azzurra, vi siete goduti due giorni di sole sulla vostra spiaggia ancora quasi deserta, cene allegre con amici e parenti. stamani ti sei alzato con l’ordine di annaffiare. le colocasie hanno sete, e tu hai fatto il giro dei giardini annegandole. ora sei qui, ad aspettare una telefonata di conferma per un appuntamento. e ci ripensi, a venerdì. uscire dalla superstrada e fare gli ultimi trenta chilometri in aperta campagna, nel buio totale. il casco fa passare l’aria fredda che viene dalle forre e dai boschi, i profumi, tutti, specie quello del grano che con l’umidità della notte sprigiona un aroma forte, intenso, dolciastro. davanti la strada buia, dietro lei, andavi beato. poi alzi gli occhi e ti piglia un colpo. senza le luci dei centri abitati il cielo era un soffitto luminoso, fondo nero e miliardi di lampadine piccole e grandi, messe a caso, come un’installazione artistica difficile da vedere. hai alzato la visiera per guardare meglio quell’immenso spettacolo, si vedeva benissimo anche la via lattea. te lo sei goduto per un chilometro buono, poi l’hai abbassata, la strada voleva attenzione. sentivi le lacrime sulle guance. non era il vento. va bene così, i giardini di dantedieci possono aspettare.

ma che gli fai te alle donne? le fai incazzare, ecco che gli fai.

e poi c’è la musica, quando meno te l’aspetti.

Io non ho paura di quelle che il mondo chiama “belle donne”.

Io ho paura delle altre.

Ho paura di quelle che escono di casa con un filo di trucco.

Di quelle che capisci subito se hanno passato una nottata in bianco dalle occhiaie che si portano dietro.

Di quelle che si legano i capelli con una matita.

Di quelle che si guardano allo specchio e sorridono perché non hanno nemmeno un capello al posto giusto.

Ho paura di loro.

Di quelle che si fermano sui dettagli, su particolari tuoi che nemmeno tu stesso pensavi di avere.

Di quelle che sanno stare accanto agli altri, ma non sanno come stare accanto a se stesse.

Di quelle che sono sempre di corsa, ma si fermano ad ascoltare.

Uno sconosciuto, un amico, un bambino.

Ho paura di loro.

Di quelle che ad un “Sei bellissima”, arrossiscono, s’imbarazzano.

Di quelle che custodiranno gelosamente il Girasole che le hai regalato finché l’ultimo petalo non si sarà seccato e rompendosi cadrà sul pavimento, perdendosi tra la polvere, sotto l’armadio.

Di quelle che non appaiono, non si vedono, non si notano.

Il mondo sempre in primo piano.

E loro dietro.

Sullo sfondo.

Ho paura di loro.

Di quelle che sorridono alla vita, tutti i giorni, nonostante abbiamo migliaia di motivi per non farlo.

Di quelle che ti ascoltano davvero.

Di quelle che amano essere belle, solo ogni tanto.

Solo per qualcuno.

Di quelle che sanno piangere.

Ho paura di loro.

Di quelle che per passare un’ora con te, passerebbero anche otto ore in treno.

Ho paura di loro.

Di quelle per cui vale la pena restare.

Una volta.

Restare.

E ho paura di loro, soprattutto, quando, senza dire una parola ti scelgono, restano e tu sei troppo distratto per accorgertene, troppo concentrato a fuggire da non sai cosa.

Ho paura di loro perché di belle donne il mondo è pieno.

Una donna del genere, invece, se te la lasci scappare non saprai mai in quale parte del mondo la ritroverai.

Se mai la ritroverai.

Abdou Mbacke Diouf

Ulay

Aesthetics without Ethics are Cosmetics

Ulay

niente rinfresca come la musica (in mancanza del mare).